Data di pubblicazione : 19 Feb 2026

La tua azienda è pronta per il cloud? I 5 errori che le PMI italiane fanno prima di migrare

Categoria Argomento: Cloud - Hosting - Saas
Autore:Andrea P.

Immagina di decidere di traslocare casa in un weekend, senza aver fatto scatole, senza aver avvertito i vicini, e senza sapere esattamente dove andranno a finire i mobili della cucina.
Il risultato? Caos, costi imprevisti e qualche oggetto rotto lungo la strada.

Ecco: per molte piccole e medie imprese italiane, la migrazione al cloud assomiglia proprio a questo trasloco improvvisato.
L’idea di partenza è ottima, la direzione è quella giusta, ma senza una pianificazione adeguata il percorso diventa molto più accidentato del previsto.

Il mercato parla chiaro: secondo l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, nel 2025 il mercato cloud italiano ha raggiunto 8,13 miliardi di euro, con una crescita del 20% rispetto all’anno precedente.

Il 67% delle PMI italiane utilizza già qualche forma di soluzione cloud, e la spesa complessiva delle piccole e medie imprese in soluzioni di cloud pubblico e ibrido ha toccato i 690 milioni di euro (+18%). Il movimento è evidente e inarrestabile.

Ma c’è un rovescio della medaglia che i numeri aggregati non raccontano: troppo spesso la migrazione viene avviata in fretta, sull’onda dell’entusiasmo o della pressione competitiva, senza la giusta preparazione.
E quando le cose vanno storte, i costi, economici e operativi, possono essere molto più alti di quanto si immaginasse.

In questo articolo analizziamo i cinque errori più frequenti che le PMI italiane commettono prima di migrare al cloud, con l’obiettivo di aiutarti a evitarli e a fare di questo passaggio un vero vantaggio per il tuo business.

Il cloud non è una moda: è una scelta strategica

Prima di parlare degli errori, vale la pena chiarire una cosa.
Migrare al cloud non dovrebbe mai essere una risposta alla domanda “lo fanno tutti, perché non dovrei farlo anch’io?“.
Dovrebbe invece rispondere a una domanda molto più concreta: quali problemi voglio risolvere e quali opportunità voglio cogliere?

I vantaggi reali del cloud per una PMI sono concreti e documentati: riduzione dei costi infrastrutturali fissi, scalabilità delle risorse in base alle esigenze, accesso remoto ai sistemi, continuità operativa in caso di guasti, e aggiornamenti automatici che eliminano il peso della manutenzione hardware.
Ma questi benefici si realizzano pienamente solo se la transizione è progettata con cura.

Vediamo allora dove si inciampa più spesso.

Errore 1: Partire senza una strategia (il “trasloco improvvisato”)

È l’errore più comune e il più costoso.

Secondo gli esperti di migrazione cloud, la mancanza di una strategia ben definita è la causa numero uno di insuccesso nei progetti di transizione, indipendentemente dalla dimensione dell’azienda.

Cosa significa concretamente “mancanza di strategia”? Significa avviare la migrazione senza aver risposto a domande fondamentali: quali applicazioni e dati vanno spostati per primi? Quali restano in locale perché troppo critici o complessi da migrare nell’immediato? Quali sono le dipendenze tra i diversi sistemi aziendali? Quanto tempo di inattività è accettabile durante la transizione?

Un approccio che si vede spesso nelle PMI è il cosiddetto “lift and shift*” frettoloso: si prende tutto quello che c’è sul server fisico e lo si sposta in blocco sul cloud, senza modifiche e senza ottimizzazioni.
Il risultato? Si pagano risorse cloud per far girare applicazioni non progettate per quell’ambiente, spesso con performance peggiori rispetto a prima e costi operativi più alti di quanto ci si aspettasse.

Il lift and shift in sé non è sbagliato anzi, per molte PMI è il punto di partenza consigliato, perché permette di iniziare senza stravolgere tutto.
Ma deve essere la prima fase di un piano più ampio, non l’unico piano.

Cosa fare invece: prima di iniziare qualsiasi migrazione, dedicare del tempo — anche solo qualche giornata con un consulente esterno — a un audit dell’infrastruttura IT esistente.
Mappare le applicazioni, capire quali carichi di lavoro beneficiano davvero del cloud, definire priorità e fasi.
Un progetto di migrazione ben pianificato vale sempre molto di più di un’esecuzione veloce e improvvisata.

Errore 2: Sottovalutare i costi nascosti (o: “pensavo costasse meno”)

Il cloud viene spesso presentato con un’unica promessa: costerà meno.
E in molti casi è vero, ma con una condizione importante, che i costi vengano gestiti correttamente fin dall’inizio.

Il modello di pricing dei provider cloud è molto flessibile, e questa flessibilità è sia un vantaggio che un’insidia.
Le risorse si pagano a consumo, il che è ottimo quando si usano poco.
Ma quando la scalabilità automatica si attiva in modo incontrollato, o quando si generano grandi volumi di traffico dati in uscita, la fattura mensile può lievitare in modo sorprendente.

Il costo più sottovalutato dalle PMI è quello dei cosiddetti egress fee*: mentre caricare dati sul cloud (ingress) è generalmente gratuito, scaricarli o trasferirli verso sistemi esterni viene tariffato al gigabyte.

esempio 1

Facciamo un esempio concreto con Microsoft Azure, uno dei provider più usati dalle PMI italiane: un’azienda che migra un file server da 2TB e accede frequentemente ai propri dati paga circa 40€ al mese per l’archiviazione.
Fin qui tutto chiaro.
Ma se ogni mese scarica 500GB di dati verso sistemi on-premise o li trasferisce tra aree geografiche diverse, aggiunge circa 40€ di egress fee, raddoppiando di fatto la spesa di storage, senza che nessuno lo avesse previsto nel budget iniziale.

esempio 2

Con AWS (Amazon Web Services), un altro provider molto diffuso, il costo che sorprende di più le PMI è quello del traffico tra Availability Zone diverse, ovvero le zone geografiche ridondanti che si usano per garantire continuità operativa.
Replicare i dati tra due zone per proteggersi da un guasto (una pratica consigliata) viene tariffato separatamente, e molte aziende lo scoprono solo alla prima fattura.

esempio 3

Il discorso si complica ulteriormente quando in azienda si usano gestionali diffusi tra le PMI italiane come Zucchetti o TeamSystem.
Questi software, nella versione già installata e ammortizzata nel tempo, spesso non sono nativamente compatibili con un ambiente cloud.
La migrazione richiede o l’acquisto di una nuova licenza SaaS, con un canone annuale continuativo al posto del costo una-tantum già pagato, oppure l’attivazione di un server virtuale dedicato su cui far girare il software, con relativi costi di gestione e manutenzione.
Un salto di spesa che raramente viene messo in conto in partenza.

esempio 4

Analogamente, chi usa Google Workspace scopre spesso che le funzionalità necessarie per un uso aziendale serio (gestione avanzata dei dispositivi, archiviazione legale delle email, strumenti di sicurezza avanzati) non sono incluse nel piano base, ma richiedono il passaggio al piano Business Plus o Enterprise, con un incremento significativo del costo per utente moltiplicato per tutti i dipendenti.

A queste voci si aggiungono quelle che raramente compaiono nei preventivi: la formazione del personale sui nuovi strumenti, gli strumenti di monitoraggio e sicurezza, il supporto tecnico post-migrazione.
Il quadro complessivo spiega perché non è infrequente che la spesa effettiva dei primi mesi superi notevolmente le aspettative iniziali.

Cosa fare invece: prima di firmare qualsiasi contratto, eseguire un’analisi del Total Cost of Ownership (TCO)* che includa non solo il canone mensile, ma tutti i costi variabili prevedibili.
Leggere con attenzione le clausole sui costi di egress, sulle politiche di scalabilità automatica e sul vendor lock-in* — ovvero i vincoli che possono rendere difficile cambiare provider in futuro. Un consulente IT indipendente può essere prezioso in questa fase.

Errore 3: Ignorare la connettività (il tallone d’Achille italiano)

Questo errore è particolarmente insidioso per le PMI italiane, e dipende da una specificità del nostro Paese: la qualità della connettività internet è ancora molto disomogenea sul territorio nazionale.

Il cloud funziona bene quando c’è una connessione stabile, veloce e ridondante.
Ma se la sede aziendale si trova in una zona con copertura in fibra insufficiente, o se l’unica connessione disponibile è ancora una linea a banda limitata, spostare le applicazioni critiche sul cloud può significare lavorare con latenze elevate, disconnessioni frequenti e una produttività che crolla invece di crescere.

Il problema non riguarda solo la velocità teorica della linea, ma anche la sua affidabilità. Una PMI che porta il proprio gestionale, il CRM o il sistema di contabilità sul cloud e poi si ritrova senza accesso per qualche ora a causa di un guasto alla connessione rischia blocchi operativi seri. Eppure, nella fase di pianificazione, la valutazione della connettività viene spesso trascurata o data per scontata.

Cosa fare invece: prima di avviare qualsiasi migrazione di applicazioni critiche, verificare la qualità reale della propria connessione internet, non solo la velocità di download, ma anche la stabilità e il tempo medio di ripristino in caso di guasto.
Valutare l’adozione di una connessione ridondante (due linee di provider diversi, con failover automatico), che oggi ha costi accessibili anche per le PMI.
Per le sedi con connettività inadeguata, considerare soluzioni ibride che mantengano alcune applicazioni in locale in attesa di infrastrutture migliori.

Errore 4: Dimenticare le persone (il fattore umano)

La migrazione al cloud è un progetto tecnologico? Si.
Ma prima ancora è un progetto di cambiamento organizzativo. E come tutti i cambiamenti, se non viene accompagnato con cura, genera resistenza, confusione e inefficienze.

Succede spesso: i sistemi vengono migrati, i server fisici vengono spenti, e poi ci si accorge che i dipendenti non sanno come accedere alle nuove piattaforme, che i processi operativi non sono stati ridefiniti per il nuovo ambiente, che nessuno ha spiegato al responsabile amministrativo come funziona il nuovo gestionale cloud.
Il risultato è una perdita di produttività che può durare settimane o mesi.

Un aspetto specifico riguarda la sicurezza: con il cloud, il perimetro aziendale si estende.
I dati non sono più solo “in ufficio”, ma accessibili da qualsiasi dispositivo connesso.
Se il personale non viene formato sulle buone pratiche — gestione delle credenziali, utilizzo dell’autenticazione a due fattori, riconoscimento di tentativi di phishing — il cloud diventa un’opportunità anche per i criminali informatici, non solo per l’azienda. Un dato che rende l’idea del problema: secondo il Cyber Index PMI 2024 di Confindustria, solo il 15% delle PMI italiane ha raggiunto un livello di maturità elevato nella gestione della sicurezza informatica.

Cosa fare invece: trattare la formazione del personale come una componente strutturale del progetto di migrazione, non come un’aggiunta opzionale.
Prevedere sessioni specifiche sugli strumenti adottati, sulle nuove procedure operative e sulle norme di sicurezza. Comunicare internamente con chiarezza e trasparenza l’evoluzione del progetto, coinvolgendo le persone invece di presentare il cambiamento come un fatto compiuto.

Errore 5: Non pianificare la continuità operativa durante la transizione

L’ultimo errore riguarda un momento critico che viene spesso sottostimato: la fase di transizione vera e propria.
Migrare i sistemi aziendali al cloud non avviene in un istante, richiede tempo, test e verifiche.
E durante questo periodo, l’azienda deve continuare a lavorare.

Molte PMI avviano la migrazione senza un piano di rollback*: ovvero senza aver stabilito in anticipo cosa fare se qualcosa va storto.
Se un’applicazione non funziona correttamente nel nuovo ambiente, se i dati migrati risultano incompleti, se le performance sono inaccettabili, in tutti questi casi, bisogna poter tornare rapidamente alla situazione precedente, senza perdere dati e senza bloccare l’operatività.

A questo si aggiunge la necessità di pianificare i test in modo rigoroso.
Una migrazione seria prevede fasi di verifica: si sposta un sistema in un ambiente cloud di prova, lo si testa in condizioni realistiche, si misurano le performance, si controllano le integrazioni con gli altri sistemi aziendali.
Solo dopo si procede con la migrazione definitiva.
Saltare questa fase, spesso per ragioni di tempo o di costo percepito, è una delle cause più frequenti di problemi post-migrazione.

Cosa fare invece: strutturare la migrazione in fasi progressive.
Iniziare dai sistemi meno critici come backup, archiviazione documentale o strumenti di collaborazione per acquisire familiarità con il nuovo ambiente prima di toccare le applicazioni core del business.
Definire sempre un piano di rollback dettagliato. Programmare la migrazione delle applicazioni critiche in periodi di minor attività aziendale.
E non dichiarare concluso il progetto finché il monitoraggio post-migrazione non ha confermato che tutto funziona correttamente.

La migrazione in cinque tappe: il percorso consigliato

Ricapitolando, un progetto di migrazione al cloud che funziona si costruisce su cinque pilastri:

  1. Audit e strategia. Analizzare l’infrastruttura esistente, definire obiettivi concreti e stabilire un piano a fasi prima di toccare qualsiasi sistema.
  2. Analisi dei costi reali. Costruire un TCO completo che includa tutti i costi diretti e indiretti, leggere con attenzione i contratti e valutare il rischio di vendor lock-in.
  3. Verifica della connettività. Assicurarsi che la propria infrastruttura di rete sia adeguata a supportare il nuovo modello operativo, con ridondanza dove necessario.
  4. Formazione e change management. Coinvolgere le persone nel percorso, formarle sugli strumenti e sulle pratiche di sicurezza, comunicare con trasparenza.
  5. Test, rollback e monitoraggio. Procedere per fasi progressive, testare ogni passaggio, avere sempre un piano B e monitorare l’ambiente post-migrazione con continuità.

 

Il cloud conviene, ma solo se si parte con il piede giusto

Il mercato cloud italiano cresce, e le PMI che investono con intelligenza stanno ottenendo vantaggi reali: più flessibilità, meno costi fissi, maggiore resilienza operativa e accesso a tecnologie come l’intelligenza artificiale applicata ai processi aziendali  che, fino a pochi anni fa, erano appannaggio esclusivo delle grandi imprese.

Ma il cloud non è una bacchetta magica. È uno strumento potente, che richiede una guida esperta per essere utilizzato al meglio.
La buona notizia è che non serve affrontare questo percorso da soli: affidarsi a un partner IT specializzato nella migrazione e nella gestione delle infrastrutture cloud può fare la differenza tra un progetto che genera valore e uno che genera solo fatture inattese.

La domanda da farsi non è “devo andare sul cloud?”, ma “sono pronto per andarci nel modo giusto?”.

 

Fonti

Osservatorio Cloud Transformation — School of Management del Politecnico di Milano, Report 2025
Confindustria — Cyber Index PMI 2024
ISTAT — Cittadini, imprese e ICT 2025
ZeroUnoWeb — Cloud migration: tutti gli errori da evitare (marzo 2025)
Megareview.it — Migrazione al Cloud per PMI
Selinews — Piattaforme Cloud per PMI: guida senza costi nascosti
Digitech.news — Migrazione al cloud: errori da evitare (dicembre 2025)
Giornale delle PMI — Mercato Cloud italiano 8,13 miliardi (ottobre 2025)

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*Legenda

Egress fee: costo per il traffico dati in uscita
Lift and shift: strategia di migrazione al cloud che consiste nello spostare applicazioni, macchine virtuali e workload dall’infrastruttura locale a un’infrastruttura cloud senza modificarne architettura, codice o configurazioni, mantenendo invariate funzionalità e modalità operative (rehosting).
Total Cost of Ownership (TCO): costo totale di un bene, servizio o infrastruttura lungo l’intero ciclo di vita, comprensivo dei costi diretti e indiretti di acquisizione, implementazione, gestione, manutenzione, esercizio e dismissione.
Piano di rollback: procedura formalizzata che definisce le attività tecniche e organizzative necessarie per ripristinare in modo controllato lo stato precedente di sistemi, applicazioni o infrastrutture in caso di esito negativo di una modifica, migrazione o aggiornamento, garantendo la continuità operativa e l’integrità dei dati.
Vendor lock-in: situazione di dipendenza da un fornitore determinata dall’uso di tecnologie, formati, servizi o condizioni contrattuali proprietarie che rendono complesso, oneroso o tecnicamente difficile migrare verso soluzioni alternative o integrare altri provider.

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